Trump vuole un'"AI Force" e un nuovo zar dell'intelligenza artificiale
Il presidente americano liquida i timori sulla sicurezza dell'AI come una "bufala" democratica, propone di ribattezzare la tecnologia con un sondaggio su Truth Social e annuncia una forza armata dedicata sul modello della Space Force. Tanti slogan, zero dettagli — ma le conseguenze per chi lavora con l'AI sono concrete.

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Un sabato di settembre, Donald Trump apre Truth Social e decide che il problema dell'intelligenza artificiale è il nome. Testuale: molti pensano che "artificial intelligence" sia un'espressione poco elegante e imprecisa. Segue sondaggio tra i follower con tre alternative — Superior Intelligence, Extreme Intelligence, Supreme Intelligence — come se si trattasse di scegliere il logo di un resort.
Due ore dopo, il tono cambia. Nello stesso thread il presidente inserisce le preoccupazioni sulla sicurezza dell'AI nella sua personale collezione di "bufale" democratiche, in compagnia del Russiagate, dell'Ucraina, del riscaldamento globale e dei due impeachment. Poi l'annuncio vero: nascerà una "AI Force", sul modello della Space Force creata durante il primo mandato, e verrà nominato uno "zar dell'AI". Requisito dichiarato, riportato da TechCrunch e The Verge: solo persone ad alto quoziente intellettivo devono farsi avanti.
Dettagli operativi? Nessuno. Niente tempistiche, niente perimetro di competenze, nessun nome. Non è chiaro nemmeno se l'AI Force sia un ramo militare vero, un ufficio, o soltanto un'immagine evocativa buttata lì. La casella di zar dell'AI, peraltro, era occupata: David Sacks l'ha lasciata quest'anno per co-presiedere il consiglio dei consulenti scientifici della Casa Bianca.
La parte sui data center è quella che conta davvero
Il passaggio più interessante non è l'AI Force, è la difesa a spada tratta dei data center. Trump li descrive come ricchi e prestigiosi per le comunità che li ospitano, e sostiene — senza portare uno straccio di dato, come nota The Verge — che facciano salire gli stipendi, scendere le tasse e rendano le strade più sicure. Nella sua ricostruzione, l'"attacco" ai data center è fallito e quindi i critici se la prendono direttamente con l'AI.
La realtà è meno lineare. L'ostilità verso i grandi impianti di calcolo è bipartisan, nasce dal basso e ha ragioni molto concrete: consumo di elettricità e acqua, bollette in aumento per i residenti, rumore, occupazione di suolo e un numero di posti di lavoro permanenti spesso deludente rispetto alle promesse. Non è un'invenzione di qualche think tank progressista: New York è diventata il primo stato a bloccare i permessi per i progetti di grandi dimensioni. Quando un comitato di cittadini in una contea rurale del Midwest si presenta in consiglio comunale con le bollette in mano, la categoria "sinistra radicale" smette di funzionare come spiegazione.
Qui sta il punto politico: l'amministrazione ha deciso che il collo di bottiglia dell'AI americana non è la ricerca, sono l'energia e il territorio. E il territorio lo governano stati e comuni. Trasformare la resistenza locale in un fronte ideologico serve a preparare il terreno a interventi federali che scavalchino i veti municipali.
Il tempismo non è casuale
L'uscita arriva nel mezzo di un momento delicato per il dibattito sulla sicurezza. Un ricercatore ha lasciato Anthropic accusando i laboratori di frontiera di scommettere sulle vite di tutti pur credendo sinceramente nei rischi catastrofici. Dario Amodei ha risposto con un piano per "dare il ritmo alla frontiera", accolto con favore — almeno a parole — da Sam Altman e Elon Musk. E sul palco dell'All-In Summit, Jensen Huang ha telefonato in diretta al presidente e ha concordato: il contraccolpo contro l'AI è una bufala, e un rallentamento non ci sarà.
Sia chiaro, esiste una critica legittima anche all'altro estremo: molti osservatori sostengono che l'ossessione per il rischio esistenziale distolga l'attenzione dai danni già in corso — discriminazione algoritmica, sorveglianza, lavoro precarizzato, disinformazione. Ma c'è una differenza enorme tra discutere quali rischi contino di più e archiviare l'intera discussione come complotto di partito.
Cosa cambia per chi lavora con l'AI
Tre conseguenze pratiche, e non riguardano solo gli americani.
La prima: la sicurezza dell'AI rischia di diventare una questione identitaria. Negli Stati Uniti, quando un tema entra nella polarizzazione, muore come materia tecnica. Per le aziende significa che gli standard non arriveranno da Washington, ma da stati, tribunali, assicuratori e clienti enterprise. La governance interna diventa un asset commerciale, non un obbligo normativo.
La seconda: la divergenza con l'Europa si allarga. Con l'AI Act che entra progressivamente in vigore, chi sviluppa prodotti destinati a entrambi i mercati dovrà convivere con due filosofie opposte. Per le software house italiane che vendono in UE, la documentazione dei rischi e la tracciabilità dei modelli restano comunque un requisito — indipendentemente da cosa scrive Trump su Truth Social.
La terza, la più sottovalutata: l'energia. Se la Casa Bianca spinge per costruire capacità di calcolo a qualsiasi costo, la pressione sui prezzi dell'elettricità e sulle filiere dei componenti si sentirà anche fuori dagli Stati Uniti. Le GPU e i trasformatori di potenza sono un mercato globale.
La mia previsione: l'AI Force resterà probabilmente un'etichetta, magari un ufficio dentro il Dipartimento della Difesa o un programma di procurement con un nome roboante. Lo zar, invece, arriverà davvero — e il suo compito reale sarà sbloccare permessi ed energia, non scrivere regole. Il resto, compreso il sondaggio sul nuovo nome, è rumore. Utile però a capire con quale grammatica questa amministrazione intende parlare della tecnologia più importante del decennio.