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OpenAI vuole diventare il nuovo App Store: dentro i "Dots" e il ChatGPT che lancia le app

Al DevDay 2026 OpenAI ha presentato Dots, agenti sempre attivi mossi da GPT-6 Astra, e ha trasformato ChatGPT in una vetrina dove scoprire e usare software. L'obiettivo reale non è Meta Muse: è il modello di distribuzione di Apple e Google.

A contemporary screen displaying the ChatGPT plugins interface by OpenAI, highlighting AI technology advancements.

Foto di Andrew Neel su Pexels

C'è un momento, in ogni keynote, in cui capisci che l'annuncio più importante non è quello sul palco con le luci puntate. Al DevDay 2026 di OpenAI quel momento è arrivato quando si è smesso di parlare di agenti simpatici a forma di bolla e si è iniziato a parlare di review process, di partner marketplace e di login. Perché lì, tra una slide e l'altra, OpenAI ha praticamente scritto il manifesto di un app store alternativo.

Partiamo dai fatti. La novità più visibile si chiama Dots: agenti AI "always-on", raffigurati come blob personalizzabili, alimentati dal nuovo modello GPT-6 Astra. Ogni Dot ha un proprio computer in cloud con browser incluso e può collegarsi a oltre 4.000 app. Li interpelli con un'interfaccia che assomiglia a una chat di messaggistica, oppure ci parli in voce da ChatGPT su web, desktop e mobile. Funzionano anche dentro Slack e Microsoft Teams, portandosi dietro il contesto tra i vari canali, e per gli utenti Pro è in arrivo (su lista d'attesa) la possibilità di scriverci via iMessage o RCS.

Il punto non è la chiacchierata: è il lavoro in background. Nei demo mostrati da OpenAI un Dot nota sul calendario che l'utente lavorerà durante la cena e propone spontaneamente due opzioni di delivery con i prezzi. In un altro esempio uno sviluppatore gli chiede di usare i feedback dei clienti per costruire e testare aggiornamenti, ricevendo poi un video delle modifiche. Un creator gli fa analizzare la trascrizione di un'intervista, individuare i momenti da clippare, scrivere note e post social.

L'app store che non si chiama app store

Qui arriva la parte che secondo me conta davvero. OpenAI dice di avere 1,2 miliardi di utenti settimanali su ChatGPT e finora quella scala non è stata monetizzata come canale di distribuzione software. Adesso ChatGPT inizierà a suggerire app nel flusso della conversazione, quando riconosce che uno strumento specifico può servire a completare il compito. L'utente collega l'app e la usa lì dentro, grazie a un'architettura di plugin estesa con pannelli interattivi.

Tradotto: quello che prima era un sito web o un'app nativa diventa un'esperienza che vive dentro la chat. Figma e Adobe sono stati citati come esempi di revisione di progetti gestita senza aprire l'applicazione standalone. E c'è di più: le app possono essere condivise con i colleghi attraverso i mini-siti che ChatGPT genera, dove ciascuno accede con le proprie credenziali e i propri permessi.

Poi il tassello di incastro: "Sign in with ChatGPT", che permette di portare la propria identità e il proprio budget di consumo AI dentro le app di terze parti. Sedici partner al lancio — tra cui Devin di Cognition, Notion, Vercel, T3, OpenClaw, Dactyl — con altri in arrivo. Chi ha lavorato con OAuth sa cosa significa diventare il provider di identità di un ecosistema: significa stare al centro, e non ai margini.

Sul fronte business, OpenAI ha aperto un marketplace enterprise con oltre trenta partner, da Adobe e Figma a Salesforce, HubSpot, ServiceNow, Harvey, CrowdStrike e Palo Alto Networks. I clienti idonei possono usare parte del loro impegno di spesa con OpenAI per acquistare software approvato dei partner. È una mossa che ho visto raramente descritta per quello che è: un modo elegantissimo per far diventare il budget AI aziendale una valuta che circola solo all'interno del recinto di OpenAI.

Anche il processo di approvazione dei plugin è stato ripulito — tracciamento dello stato della review, indicazione di cosa correggere, richiesta di revisione umana, aggiornamento degli strumenti senza ricominciare da zero. Se vi suona familiare è perché è, nella sostanza, un App Review che impara dagli errori di Cupertino.

Meta Muse è il pretesto, Apple e Google il bersaglio

Inevitabile il confronto con Muse, l'assistente agentico di Meta uscito poche settimane prima e schizzato in cima alle classifiche di download. La somiglianza dell'interfaccia a messaggi è evidente, e Dots sembra la risposta puntuale. Ma la competizione tra assistenti personali è la superficie. Il gioco vero è la disintermediazione: se un agente decide quale strumento usare per un compito, l'utente smette di scegliere l'app — e quindi smette di passare da una vetrina con una commissione del 15-30%. Un'azienda può far sottoscrivere l'abbonamento dal proprio sito e poi lasciare che l'utente colleghi l'account a ChatGPT o Codex. OpenAI, va detto, non ha promesso che questo eliminerà gli abbonamenti di terze parti, e su commissioni e revenue share ha tenuto la bocca chiusa. Cosa che, per esperienza, non significa "non ci sarà un pedaggio": significa "non ancora".

Sulla sicurezza le cautele ci sono, ma restano cautele. I Dots hanno regole integrate su quando agire in autonomia, un sistema di Custom Rules per vietare certe azioni, una funzione di auto-review e l'obbligo di chiedere conferma per operazioni sensibili come installare software o cambiare una password. La ricerca proattiva in background avviene in sola lettura. Il caso Muse — un utente ha raccontato che l'agente aveva condiviso il suo indirizzo con un compratore su Marketplace senza avvisarlo — spiega bene perché queste barriere servano. E attenzione a un dettaglio segnalato da Wired: se il vostro account OpenAI consente l'addestramento sui vostri dati, l'impostazione vale anche per le interazioni con gli agenti.

Il rollout parte da ChatGPT Pro (100 dollari al mese), Business Premium ed Enterprise. Un solo Dot per utente per ora, con multi-agente promesso e la possibilità futura di aumentarne velocità o carico di lavoro mensile. Le conversazioni con il proprio Dot non consumano i limiti di utilizzo di ChatGPT — piccolo dettaglio, grande segnale su dove OpenAI vuole spostare l'abitudine.

Per chi sviluppa prodotti, la domanda operativa da mettere in agenda questa settimana è una sola: la mia app è leggibile e utilizzabile da un agente? Perché il prossimo utente da conquistare potrebbe non avere le mani.

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