Amazon in Texas: il data center che potrebbe diventare il più grande inquinatore climatico d'America
Nella contea di Pecos, in Texas, Amazon sta finanziando una centrale a gas da 7,65 gigawatt autorizzata a emettere fino a 33 milioni di tonnellate di CO2 l'anno: più della più grande centrale a carbone degli Stati Uniti. E il Climate Pledge del 2040 diventa un ricordo.

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Trentacinque turbine a gas, 7,65 gigawatt di potenza, un permesso che consente di rilasciare in atmosfera fino a 33 milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Non è una vecchia centrale a carbone ereditata dal Novecento: è un impianto nuovo, in costruzione nella contea di Pecos, nel Texas occidentale, finanziato da Amazon per alimentare un singolo data center.
La storia l'ha raccontata per prima il New York Times, ripresa poi da TechCrunch e The Verge. Il sito si chiama GW Ranch. Amazon ha confermato di aver acquistato il terreno e di voler comprare l'elettricità prodotta lì. La particolarità? Almeno in una prima fase l'impianto non sarà collegato alla rete elettrica statale: produrrà energia quasi esclusivamente per i server dell'azienda. Un'isola energetica privata, costruita per una sola cosa — far girare modelli di intelligenza artificiale.
Secondo Cleanview, che monitora i data center e i progetti energetici collegati, quel tetto di 33 milioni di tonnellate supererebbe le emissioni della più grande centrale a carbone degli Stati Uniti. Vale la pena precisare un dettaglio tecnico che The Verge sottolinea correttamente: le centrali raramente emettono quanto il permesso consente. Ma il punto resta, e anzi è proprio quello: qualcuno, in Texas, ha ritenuto ragionevole autorizzare un livello di inquinamento simile per un impianto privato.
Il Climate Pledge invecchiato male
Nel 2019 Jeff Bezos annunciava con enfasi il Climate Pledge: Amazon carbon neutral entro il 2040, dieci anni in anticipo rispetto agli obiettivi di Parigi. Era il momento in cui i giganti tech facevano a gara a chi prometteva più verde. Sei anni dopo, le emissioni di Amazon sono salite del 16% nell'ultimo anno rilevato, e la direzione è quella sbagliata da diversi esercizi consecutivi.
La portavoce Margaret Callahan, citata dal New York Times, ha offerto la sintesi più onesta possibile della situazione: il mondo, ha detto, oggi appare diverso rispetto a quando l'azienda co-fondò il Climate Pledge. Aggiungendo però che l'impegno non è cambiato. Un'altra portavoce ha rassicurato che il data center sarà alimentato da nuova generazione in loco che non farà salire le bollette delle famiglie texane.
Sono due frasi che meritano attenzione, perché raccontano esattamente dove siamo. La prima ammette implicitamente che l'AI ha fatto saltare i piani climatici dell'intera industria. La seconda sposta il discorso su un terreno più comodo: non le emissioni, ma il prezzo dell'elettricità. È una scelta comunicativa intelligente, perché in questo momento l'opposizione politica ai data center negli Stati Uniti nasce soprattutto lì — dalle bollette che aumentano nelle contee dove atterrano questi impianti, non dalle tonnellate di CO2.
Non è solo Amazon
Sarebbe comodo trattare la vicenda come un caso isolato. Non lo è. Meta e Google hanno intrapreso strade simili, costruendo o finanziando generazione propria e tornando su gas, carbone e altre fonti non rinnovabili perché la domanda dei data center AI è esplosa oltre ogni previsione. L'amministrazione Trump, nel frattempo, sta lavorando per allentare i vincoli su questo tipo di impianti.
Si è creata una convergenza perfetta: aziende che hanno un bisogno disperato e immediato di gigawatt, un contesto regolatorio che si sta ammorbidendo, e reti elettriche pubbliche troppo lente e congestionate per stare dietro alla domanda. La conseguenza logica è quella che vediamo — il ritorno del "behind the meter", la generazione privata scollegata dalla rete, che aggira code di allacciamento lunghe anni e permette di costruire dove costa meno e si autorizza prima.
Cosa significa per chi lavora con l'AI
Per chi progetta prodotti basati su modelli generativi, questa notizia non è folklore ambientalista. È un segnale di costo strutturale. Ogni token generato ha un prezzo energetico che finora è stato sussidiato dalla corsa all'accaparramento di quote di mercato. Quando i bilanci ambientali diventeranno materia di rendicontazione obbligatoria — in Europa lo sono già, con la CSRD e la catena del valore da tracciare — le aziende che comprano cloud si troveranno quelle emissioni nel proprio Scope 3.
Tradotto: se la vostra azienda ha obiettivi di decarbonizzazione e gira su infrastruttura AI americana alimentata a gas, quei numeri vi torneranno indietro. Non subito, ma torneranno.
La previsione più probabile per i prossimi mesi è che assisteremo a un aumento delle acquisizioni di siti energetici da parte degli hyperscaler, a una crescita del contenzioso locale nelle contee interessate, e a una progressiva ridefinizione retorica degli impegni climatici: non più "azzeriamo", ma "compensiamo", "transitiamo", "puntiamo al nucleare entro il 2035". Il nucleare, in particolare, sta diventando la promessa che consente di giustificare il gas oggi.
Il Climate Pledge non verrà cancellato. Verrà semplicemente riformulato finché non coinciderà con ciò che l'azienda stava già facendo.